sinapsi fantasiose

Pisa, non fa’ la bischera stasera

pisa romantica

Pisa, non fa’ la bischera stasera,
dammi una mano a falle di’ di “Sì”;
sono un eterno indeciso
ma mi basta un suo sorriso
a farmi sentir vivo come non mai.

Tienimi fermo e bòno San Ranieri
ché se fa anche du’ gocce mi fa ‘nguasti’
c’ho anco i jeansini nòvi pagati un fottìo di vaìni.
Pisa, non mi fa’ sfigura’, stasera.

Pisa, non fa’ la bischera stasera,
dammi una mano a fammi di “Deh no!”;
lui farà tanti discorsi,
ma se c’ha il capo a’ versi,
in un attimo ci casco e poi son guai.

Dinni al tu’ patrono, San Ranieri,
di trasforma’ la notte in pioggiadì.
Forse una bell’acquata gli leverà ogni albagìa.
Pisa, dimmi se è il caso o no,  stasera.

Buon San Faustino a tutti, a chi ci spera, e a chi ‘un ne vòr sape’! 😀

 

musica in... parole

This is bluegrass

“Erano tutti poverissimi cercatori di fortuna, da tutte le parti, da tutto il mondo, erano vissuti sui monti Appalachi, su rocce di ardesia difficilissime da lavorare…

…e lo spagnolo aveva una chitarra con sé, l’italiano il suo mandolino, l’ebreo aveva un violino, l’africano un benjar, da cui poi è stato creato il banjo…

…dalla fame e dalla miseria hanno cominciato a cantare insieme, sui loro sogni della terra promessa, sulla loro paura della morte, il più delle volte, sulla loro speranza di una vita migliore nell’aldilà, e sul loro dolore, sulla loro dura vita.”

musica in... parole

Tin Pan Alley

Tin Pan Alley
Tin Pan Alley nel 1915 circa

Conosciuta dagli addetti al settore come etichetta che designava l’industria musicale newyorkese che dominò il mercato della musica popolare nordamericana fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, Tin Pan Alley (letteralmente “Vicolo della padella stagnata”) è anche un luogo fisico ben preciso di New York: la 28° strada tra BroadWay e la Sesta Avenue, a Manhattan, dove dal 1885 al 1929 circa furono aperti negozi e sale di registrazione.

Un nome pittoresco, che forse le fu stato assegnato per il suono dei pianoforti proveniente dalle finestre delle sale di prova lì ubicate, un suono che evidentemente evocava quello ottenuto percuotendo padelle stagnate.

Per Stevie Ray Vaughan, Tin Pan Alley diventa ispirazione per uno dei suoi più celebri “slow blues”, ma curiosamente il baccano e il fermento originali si trasformano in un’atmosfera cupa, impregnata di odore acre di whisky, vino e gin, uniche divinità a cui sembrano voler ubbidire gli abitanti che vivono lì, e che da essi si lasciano trascinare verso ogni sorta di meschinità.

Con tutta probabilità questa cupa atmosfera altro non voleva essere che una critica all’industria musicale, descritta per mezzo di metafore (del resto, mi perdonino i romantici, ma il blues ha spesso celato critiche o denunce a condizioni di sfruttamento et similia dietro alla malinconia sentimentale; basti pensare al repertorio del blues rurale, quello cantato dagli schiavi o dai prigionieri neri). Stevie-Ray ci dipinge dunque l’altra faccia di Tin Pan Alley, vista non dai passanti assordati dai “rumori” degli strumenti, ma dagli occhi di chi produceva quei “rumori” e, per campare, doveva divulgarli attraverso un canale che era dannatamente ostile.

Era il luglio del 1985 quando Stevie suonò Tin Pan Alley (The roughest place) al Montreaux Jazz Festival: 100 anni esatti dalla nascita del sobborgo di Tin Pan Alley. All’epoca io avevo un passato di appena 5 mesi, e lui un futuro di soli 5 anni. Eppure, a 30 anni da quel live, quelle note riverberano ancora di storia, di passato, di ombre, di luci, e di luoghi più o meno fisici, con un gusto agrodolce che solo un buon vecchio blues può ricreare.

parole altrui

Cose a caso

Vous parlez Je pense

“E subito giù a dire cose a caso,
lo so, vi pare brutto non dir niente
come se già il silenzio in questo caso
non fosse una risposta sufficiente.”

Questo è uno stralcio di una poesia di Marco Ardemagni recitata questa mattina a CaterpillarAM su Radio2.

Ieri e oggi ho notato che chiunque, anche tra i miei amici, ha sentito il dovere e l’urgenza di dire la sua verità sugli attentati a Parigi. Tutte quelle riflessioni sono legittime esternazioni, molte delle quali sono condivisibili, altre sono invece veri “exemplum” di idiozia (più o meno consapevole). Io mi sono limitata a leggere qualcosa e ad ascoltarmi.

Mi sento più spaventata di due giorni fa, anche se è una cosa stupida, perché il rischio di un attentato c’è in fondo ogni giorno, in ogni luogo.

Mi sento triste per le persone che sono morte e mi sento ancora più toccata da vicino, perché se vivessi a Parigi, molto probabilmente venerdì sera sarei stata al Bataclan a vedere gli Eagles of Death Metal che, a discapito del nome, non fanno musica death metal, ma un rock alternativo anche molto vivace e pieno di vitalità.

Mi sento vicina agli amici che ho a Parigi, persone che conosco e a cui voglio bene, persone che ovviamente vorrei sapere sempre felici, al sicuro e lontane dai guai e sono sollevata di sapere che sono tutti sani e salvi (almeno fisicamente).

Mi sento impotente e vittima inerme, perché sento che, almeno da singola cittadina e per le capacità che ho, non sarei in grado di cambiare le cose in modo incisivo. Decidono tutto dai “piani alti”…

Ma mi sento anche responsabile e colpevole e connivente di questo regime perverso, perché, sebbene io mi guardi bene dal compiere atti criminali, penso che dal momento che sono consapevole del fenomeno terrorismo e di ciò che esso comporta, continuo a rimanere passiva testimone dei fatti, anziché impegnarmi, anche poco, per tentare di invertire la rotta, o almeno per incoraggiare e/o supportare chi avrebbe il potere di invertirla. Si può sempre fare di più, ma assecondiamo troppo spesso la pigrizia o diamo priorità ad altri problemi che sentiamo più “vicini” (parlo almeno per me).

Perciò sento rabbia, per i fatti orribili accaduti, per chi li ha pensati e progettati, per chi li ha attuati, per i nostri capi di governo che assecondano politiche di guerra e poi non si curano di proteggere i loro popoli, ma anche un po’ verso me stessa.

E allora sì, per me il silenzio è davvero la reazione più opportuna, soprattutto se accompagnato da un attento ascolto, volto a cercare di imparare ciò che ha da insegnarci questa ennesima, atroce, sanguinosa lezione impartitaci.

musica in... parole

Un Piero Ciampi tutto nuovo, con i Sinfonico Honolulu

Sono di parte, ma credo che l’ukulele sia davvero uno strumento peculiare.

Probabilmente è per le sue dimensioni così minute, o forse per il suono delle sue bianchissime corde, così squillante e cristallino, ma questo strumento, quando capita in mano a certi musicisti, sa ispirare il loro genio al punto da indurli a far fiorire la leggerezza che si nasconde anche nelle canzoni di un malinconico cantautore come Piero Ciampi.

Riascolto “Fra cent’anni”, il magistrale tributo con il quale i livornesi Sinfonico Honolulu hanno reso omaggio al loro concittadino cantautore, e sento questo: brezza fresca, ossigeno, leggerezza e dolcezza infinite.

E allora, siano benvenute le cover, quando fan sì che l’ascoltatore, di fronte a parole e suoni già familiari, si imbatta in emozioni del tutto inaspettate .

terzi livelli di lettura

Questa è la mia foto

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“La petite Marie” di Amedeo Modigliani – riproduzione su sasso

Il dipinto è detto anche “Ritratto di giovane donna colta da poderoso raffreddore tardo autunnale”. La faccia, colta in una smorfia da incipiente starnuto, sebbene truccata, lascia trapelare il rossore sulla punta del naso e sulle guance, inconfutabili indizi di malattia da raffreddamento. Tema, quello della malattia, rafforzato da un secondo richiamo: il candido kleenex (ancora intonso, s’intende) argutamente impiegato a mo’ di fiocco per capelli e pure da un evidente terzo elemento, la tetra ma – si spera – calda sciarpa di lana, ad avvolgere il lungo e sottile collo.